dopo Giovedì sera (12/04/2012) non ho più dubbi. C’era “la bandiera adorna di stelle”,ma ne riparleremo. C’era un caffè all’ex bar Zirilli di Vico Equense, ma ne riparleremo. Dopo ieri sera per questa settimana ci sono solo due colori: biancoblù!
Ne ho viste abbastanza di partite di basket. Compatibilmente con i miei studi (all’estero, nel varesotto), con la mia precedente “professione” (tra varesotto e milanese…ma si può!), quando potevo la domenica ero al Pianella. C’ero, ad esempio, nella finale scudetto contro la Sinudyne (esaltante), c’ero nel 2006 quando Biella ha fatto un incredibile recupero (deprimente).
Tuttavia la partita di Giovedì è stato qualcosa in più: 45 minuti di sport ad altissimo livello, di agonismo, di vero e proprio eroismo e, fortunatamente (meritatamente), al 45° minuto Cantù era avanti di uno!
Tieni conto che, alla fine della partita avrei dato qualsiasi cosa per poterli abbracciare ad uno ad uno. Momenti irripetibili. E’ sempre sport, per carità, ma valeva davvero la pena esserci. A volte, soprattutto quando – come in questo – caso sono quasi certo della sconfitta, mi domando, ma perché devi “soffrire” così, è una partita di basket… ma, no Maggie, “purtroppo” io non sono uno sportivo, sono un tifoso e ,pur avendoci provato, non posso vivere certe cose con distacco, godo come un pazzo quando si vince e mi incupisco quando si perde. Non posso neanche lontanamente immaginarti tifosa di Varese, di Milano o - horribile dictu! - alla Juve. Mi raccomando!
un giorno, qualche settimana fa, è arrivato in libreria un volumetto che mi ha incuriosito per la storia dell’autrice. Una centenaria giapponese che ha cominciato novantenne a scrivere poesie. Ho letto la biografia poi l’ho messo a scaffale (come ti ho già detto il meno “frequentato” della libreria). Qualche giorno dopo hanno cominciato a chiedercelo e ho pensato di dare un’occhiata alle poesie.Devo dire che nella loro semplicità, molte non mi sono dispiaciute ed una l’ho usata per gli auguri pasquali.
Quella che ti propongo mi ha colpito molto. E’ un tema che mi sta particolarmente a cuore e te ne ho già parlato: l’uso della parola.
Noi comunichiamo quello che “sentiamo”, quello che “proviamo”, le nostre “idee”, sulla realtà, sulle persone attraverso il mezzo della parola. E’ uno strumento bellissimo e difficile, ricchissimo e ambiguo. Pur nella loro profondità e varietà le parole non possono esaurire o definire in maniera completa quello che il pensiero crea. Ad esempio, io ho ben chiaro in mente il concetto che vorrei esprimere, ma soggettivamente non riesco (per povertà di termini, perché mentre scrivo sono distratto o stanco…) ad esprimerlo in maniera adeguata e oggettivamente quello che scrivo può comunque essere compreso da chi legge in maniera diversa da quello che io vorrei o addirittura non compreso affatto. Allora può succedere, anzi succede spesso che la parola diventi anche “arma” di offesa.
Come sottolinea la prima parte della poesia (“involontariamente”), non sto parlando dell’offesa gratuita, diretta e consapevole, spesso fatta alle spalle…quello è un discorso a parte e un’azione sempre meschina. A volte l’ambiguità della parola, l’uso inappropriato di essa, genera incomprensioni o addirittura “ferite”, delle quali magari ci si accorge “solo in seguito”.
La seconda parte è bellissima ma il più delle volte di non facile riuscita. Sia perché non è semplice prendere la gomma per cancellare e chiedere scusa, sia perché bisogna che l’altro sia disposto a farci entrare nel suo cuore e accettare l’operazione di pulizia.
Comunque mi piaceva l’idea e come questa poesia la esprima.
Vere passum, immolatum in cruce pro homine, Cuius latus perforatum unda fluxit et sanguine, Esto nobis praegustatum in mortis examine
Ave, o vero corpo, nato da Maria Vergine,
che veramente patì e fu immolato sulla croce per l'uomo,
dal cui fianco squarciato sgorgarono acqua e sangue:
fa' che noi possiamo gustarti nella prova suprema della morte.
Ciao Maggie,
oggi è un giorno importante quindi anche il post è un po’ speciale. Esattamente un anno fa sei stata battezzata. E questo anniversario capita proprio nel Martedì della Settimana Santa o, meglio, della Settimana Autentica.
Ti ho già detto che la Quaresima per me è un periodo speciale e il Triduo lo è ancora di più. Il cuore della nostra Fede. Non è facile essere credenti oggi, tantomeno cattolici (alla faccia dello stato soggiogato al Vaticano!). Ogni giorno su internet, nei cosiddetti “social network”, mi imbatto sempre più di frequente in commenti, video, vignette e quant’altro che offendono, ridicolizzano, falsano, banalizzano, l’essere credente e l’essere cattolico in particolare. Senza contare i sempre più numerosi volumi che sugli scaffali della nostra pur modesta libreria trattano l’argomento fede nel migliore dei casi come una vecchia superstizione da creduloni da estirpare per il bene e il progresso dell’umanità e il Vaticano come il covo di ogni malvagità, ipocrisia e falsità. Spesso rivelano un’ignoranza, una astio che ha dell’incredibile.
Credere in maniera seria, “ragionata” (non seguire una superstizione o un generico «ci sarà pure qualche cosa»), è un impegno costante di ricerca, dubbio, approfondimento; è saper essere all’altezza di un mondo “razionalistico” (non “razionale”) che vuole negare ogni sopra-naturale. Essere cattolici, poi vuol dire entrare nel cuore di un messaggio così spesso svilito, offeso, travisato all’interno della stessa Chiesa. E non rimanerne ai margini o agli aspetti secondari di esso. Viviamo poi in un periodo, a mio parere, certamente migliore di altri della storia ecclesiale, ma povero di figure realmente “grandi” o in cui queste sono messe ai margini. I difetti - e ce ne sono - vengono naturalmente amplificati da un informazione sempre più “drogata” da scandali e sensazionalismi.
Quando e se leggerai queste righe o comunque quando potremo parlare di queste cose in maniera “adulta”, spero che tante cose siano cambiate (in meglio) nella comunità cristiana, che la trasmissione del messaggio di Gesù sia più limpida e fedele. Sappi che non ti forzerò mai in scelte che riguardano la Fede, ma mi auguro che tu possa conoscere, entrare, vivere la profondità del messaggio cristiano prima di eventualmente rifiutarlo o di scegliere qualcosa d’altro.
E il cuore è qui in questi tre giorni che stanno per arrivare: la vita è fatta per essere spesa per Amore. Non c’è niente di più importante, di più decisivo, non c’è realtà che possa dare più senso alla vita della bellezza di “volere bene”, meglio del “volere il bene” degli altri. Dio fatto uomo ce l’ha dimostrato e così ha vinto la morte e ci ha donato i Sacramenti perché con questo aiuto (Grazia) anche noi possiamo essere capaci di un amore “sino alla fine”. Perché a parole può anche essere semplice dire di voler bene così, ma nei fatti, nella vita quotidiana non lo è affatto.
Per me non è stato ovvio donarti il Battesimo e con esso la Fede. Ma la teoria, che pure ha un suo valore, secondo cui è meglio non “imporre” e poi lasciar scegliere ha dei grossi limiti, perché chiunque, a qualunque fede appartenga, qualunque visione abbia della vita, “impone”, con la sua vita, con le sue parole, con le sue scelte tale visione ai propri figli. E il figlio, battezzato o no, con la sua testa, con le sue idee, con le vicende e gli incontri che attraverseranno il suo percorso di crescita seguirà o non farà sua questa strada.
Per oggi basta. Sono naturalmente idee sulle quali torneremo.
La bellezza del messaggio cristiano ha permesso ad un genio qual era W. A. Mozart (senza voler disquisire sulla profondità della sua fede o sulla moralità della sua breve vita) di comporre la musica dell’Ave verum che apre queste righe. Le concludo con le parole sul Battesimo di una di quelle persone che ho avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino e per le quali mi trovo a dire: “se lui ci crede non è poi così stupido credere”.
L’INIZIO FONDANTE
Il segno evidente della benedizione di Dio sulla vita che nasce
Noi credenti, nel segno del Battesimo, tracciamo sui nostri bambini — come già fu tracciato su di noi — il segno della croce del Signore Gesù. Li immergiamo nell’acqua, e pronunciamo su di loro le parole della liberazione dal male. Noi stessi fummo in questo modo affidati al grembo della Chiesa di Dio: la quale si rende evidente nella presenza delle persone che circondano l’altare, promessa di una cura e di una responsabilità sulla quale ogni piccola vita può contare per tutto il resto dei suoi giorni. Noi promettiamo infatti di insegnarle chi è il Signore: e quale gioia riserva la vita vissuta all’ombra della sua mano. Noi cercheremo di persuadere i nostri piccoli figli che non c’è bisogno di alcuna parola ‘magica’ per avere la benedizione di Dio sulla propria vita. Noi li faremo entrare nello spazio di quella solida confidenza con Dio che il Signore Gesù ci ha donato: quella che ci consente di ‘osare’ l’audacia di una preghiera che incomincia con ‘Padre nostro’ e termina con ‘liberaci dal male’.
Dunque nessun rito magico destinato a ‘ripulire una cosa ‘sporca’. Nessun segno indecifrabile della indecifrabile volontà di Dio. «Ecco: è stato segnato da Dio» si diceva nella cultura antica, anche a proposito di nascite difficili o di ferite permanenti. «Ecco: è stato segnato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» si dice nella fede cristiana, per dire che Dio lo riconosce come proprio figlio comunque: e guai a chi glielo tocca («meglio sarebbe per lui che si legasse una macina al collo e si gettasse nel lago»).
Siamo stati segnati sin dall’inizio con il segno evidente della benedizione di Dio, perché noi e tutti impariamo sempre di nuovo che Dio è così: una benedizione. Poiché coloro che qui accolgono questo bambino, a cominciare dai suoi genitori, credono fermamente che Dio è così e non altrimenti. E hanno piacere di manifestarlo con le parole e con i segni del lavacro e dell’unzione. Essi dicono, mostrando alla Chiesa il loro bambino: «a tal punto noi crediamo che Dio è così, che alla sua benedizione, sin da ora, senza alcun timore lo affidiamo. Qualunque cosa voglia fare questo bimbo della sua vita, non avrà mai alcun motivo per dispiacersi di essere nato sotto un brutto segno: perché anche il nostro amore per lui è nato sotto lo stesso segno. Il Signore è l’unico dal quale siamo sicuri che non gli verrà mai alcun male. Ad altre persone forse, così piccolo e indifeso, non lo daremmo volentieri. Ma al Signore, perché lo segni con la sua benedizione lo presentiamo anche subito. Perché tutti sappiano bene che la tenerezza di Dio è, per noi, incondizionatamente affidabile».
(da “Ma che cos’è questo per tanta gente?” di Mons. Pierangelo Sequeri)
devo dirti che non è stato difficile per me scegliere il libro da mettere per primo nel blog. Avrò letto senza dubbio libri più belli letterariamente, più profondi “concettualmente” e molti ce ne saranno che non ho letto, ma insomma “Il signore degli anelli” – per i motivi che ti ho spiegato e che approfondirò – va messo al numero uno e su questo non ci sono dubbi.
Più difficile è stato invece prendere una decisione sui film. Ci sono alcune considerazioni da fare. Anzitutto sul cinema in generale. Per me è un approccio decisamente diverso che con il libro. Nella lettura mi piace variare, affrontando diversi generi, non sempre di altissima levatura. Ma amo molto anche leggere cose più impegnative, affrontare letture più “difficili”… Per i film è diverso. Salvo rare eccezioni il cinema per me dev’essere “svago”; è difficile che i film osannati dai sapientoni della settima arte - quelli con cinque stelle sulle guide per intenderci - li guardi volentieri. Certo non guardo neanche i cosiddetti cinepanettoni ovviamente, però quando leggerai dei film che preferisco, ti accorgerai che non ci sono grandi capolavori.
Un altro aspetto da considerare è che mentre per i libri, pur leggendo molto e lasciando aperta la possibilità di “new entry”, la gerarchia è abbastanza definita, per i film mi capita più spesso di avere dei “periodi” in cui ora mi viene in mente quel film come molto bello, ora quest’altro. Ci sono giorni in cui ne riguarderei volentieri uno ( e magari me lo riguardo anche) altri in cui ne sceglierei un altro.
Fatta questa lunga premessa, dovendo decidermi ho scelto: BLADE RUNNER.
Visto in una sala tv del liceo durante un paio di ore buche, accompagnati dal più improbabile dei professori per la visione di un film (il grande don Marco Navoni). Colpiva la cupezza di quella Los Angeles del futuro in cui l’unico raggio di luce è proprio nel finale del film quando una colomba vola via dalle mani del replicante Roy Batty, ormai morto. Mi ricordo naturalmente che mi aveva colpito da subito il monologo di Rutger Hauer: “io ne ho viste cose…”, ma soprattutto quella mano “inchiodata” che salva Deckard.
Gran film davvero, tutto sommato sono contento di aver cominciato da qui, anche se sempre Ridley di Massimo Decimo Meridio e Lucas non sarebbero stati da meno.
“Tutto ciò che volevano erano le risposte che noi tutti vogliamo: da dove vengo? Dove vado? Quanto mi resta ancora?”
In una settimana un po’ travagliata per me e anche per te, mi è capitato di leggere sul Corriere un articolo di Raffaele La Capria intitolato “Il lettore medio e i buoni romanzi”. Mi è piaciuto molto così te lo ripropongo.
Il lettore medio e i buoni romanzi
Molto dipende dal gusto profondo di sentire un testo
Ora che per una volta e fuggevolmente sono entrato nella classifica dei più venduti, posso dire liberamente che la maggior parte dei libri in classifica sono illeggibili, e dunque do ragione a Citati che sul «Corriere» lo ha detto senza curarsi delle conseguenze. Ma sono i cattivi scrittori, secondo Citati, che vanno in classifica, o sono i lettori che ce li mandano? Oggi per un lettore non è tanto facile distinguere la buona letteratura da quella cattiva. Se una volta si poteva dire a cuor leggero: «Non è bello quel che è bello, è bello quel che piace», oggi possiamo dire con sicurezza: «Non è bello quel che è bello, è brutto quel che piace». Oggi ci sono scuole di scrittura che insegnano come si «scrive bene», come si fa un racconto o un romanzo, e come tutti, con un po' di applicazione possono imparare «come si fa». Vuoi un giallo, un poliziesco, un fantascientifico, un romanzesco, uno storico, un fantastico? La ricetta è pronta, si tratta solo di confezionare bene gli ingredienti necessari.
È qui che viene opportuna la non facile distinzione tra la buona letteratura e la cattiva-buona letteratura, che rassomiglia alla prima come l'ottone rassomiglia all'oro. A volte la somiglianza è talmente grande e il luccichio sfavilla talmente, che è facile cadere nell'errore di giudizio, o meglio, è facile essere imbrogliati. La zona grigia della cattiva-buona letteratura ha tra l'altro infinite gradazioni di grigio, cioè di approssimazione alla buona letteratura, e perciò anche per un addetto ai lavori è difficile distinguere tra grigio e grigio, e quanti critici, perché di tendenza o per sordità, non riescono a distinguere il vero dal falso, e danno per buona la letteratura che sembra buona perché ha molte caratteristiche di quella buona. Un vero critico, Hans Sedlmayr ci aiuta a distinguere. Nel suo libro Arte e verità scrive che oggi accade, molto più frequentemente di una volta, che la composizione abbia la pretesa di sostituirsi alla creazione. Ma la creazione è qualcosa di diverso, nasce dalla forza dell'immaginazione, e crea chiare immagini significanti, fantastiche metafore conoscitive, invenzioni verbali illuminanti, e un suo proprio linguaggio. La composizione, (la costruzione) non nasce come la creazione dalla potenza dell'immaginazione, nasce invece da un'intelligenza combinatoria, dalla razionale capacità di assemblare elementi diversi, e di intuire furbescamente quel che si può rubare (imitare) di qua e di là.
Per spiegarmi con parole più semplici sono ricorso all'esempio dei miei gatti (vedi il mio Letteratura e salti mortali). Tre gatti domestici, non quelli dell'età eroica in cui si nutrivano di topi o degli avanzi di cibo. Per pigrizia do ai miei gatti cibo confezionato in scatolette, e il menù è vario, i gusti tanti, non solo carne o pollo, ma anche combinazioni raffinate di tonnetto con papaya, con ginseng, pesce dell'Atlantico, pesce dell'Oceano Pacifico.
Sono talmente disgustati, poveri gatti, di questo cibo confezionato che devo continuamente cambiarlo. Volete tacchino? No? Allora pesce dell'Atlantico? Neanche. Pesce del Pacifico? Infine sono diventati talmente incerti e inappetenti che per risvegliare i loro veri istinti ho dato loro pesce fresco, fragranti alici di giornata, piccoli sgombri, fragaglia di paranza. Ebbene essi non li riconoscevano più, avevano perduto il loro istinto naturale. Perfino il filetto di vitello, tagliato a pezzettini dal mio piatto e a loro offerto con grazia, perfino quello schifavano. Siete o no felini, siete o no carnivori? Niente, neanche il filetto. Niente di veramente naturale essi riconoscevano più.
Capita la metafora? Anche il lettore medio, ormai assuefatto a confezioni letterarie d'ogni tipo, ma tutte artificiali, anzi industriali, come i miei gatti non riconosce più la buona letteratura. Anche questo è l'effetto del consumismo sempre più intenso e sempre più conculcato dal mercato. C'è un'ultima distinzione da fare tra un buon libro e uno cattivo, e questo va al di là della distinzione che ho già fatta, e riguarda anche la buona letteratura, quella vera, quella alta. E però una distinzione mia, personale, e riguarda il mio gusto, il mio modo di leggere e di sentire: per me un bel libro è quello che comunica attraverso il linguaggio un'emozione che può essere fredda (Les liaisons dangereuses) o calda (Dickens).
Non mi piacciono invece i libri troppo affidati a un'abilità stilistica dalle «volpi dello stile», perché questi libri, anche pregevoli letterariamente e anche necessari, spesso li trovo «disanimati», spesso sono «oggetti letterari» di notevole fattura, ma soddisfano più la mia intelligenza che il mio cuore. Ma qui esprimo solo i gusti personali di chi preferisce lo «stile dell'anatra»; che nuota leggera in superficie, ma che ottiene questa leggerezza faticando assiduamente sott'acqua con le zampette palmate. Un lavoro e una fatica che non si vedono, che lo scrittore non deve fare mai apparire.
«Sii profondamente superficiale»: è un proverbio di Machado per me e anche un consiglio da seguire."
se tuo papà ne avesse la possibilità, una delle prime cose che farebbe sarebbe organizzare un bel viaggio per il mondo dovunque c’è un opera di Caravaggio. Me le vorrei vedere tutte. Pensa che paradossalmente una di quelle che mi manca è quella più vicina a noi: il “Canestro di frutta” conservato alla Pinacoteca Ambrosiana. Magari ci andremo insieme. Finora quelle che ho potuto vedere dal vero non mi hanno mai deluso. Come la splendida “Madonna dei pellegrini” nella chiesa di sant’Agostino a Roma.
Non sono un esperto di arte. Non saprei giudicare con criteri diversi dal “mi piace”, “non mi piace” un quadro o un affresco o, come le chiamano adesso un’”installazione”. A questo proposito non ti dico il mio parere sulla gran parte dell’arte contemporanea perché rischierei di essere volgare.
Ma i quadri di Caravaggio per me vanno oltre l’ammirazione artistica.
Il mio preferito è la “Vocazione di Matteo” in san Luigi dei Francesi. Ti trascrivo il commento che abbiamo preparato per il libretto del nostro Matrimonio, dove era raffigurato in copertina:
«Per la copertina abbiamo scelto un quadro di Caravaggio che si trova a Roma nella Cappella Contarelli della Chiesa di San Luigi dei Francesi. La chiamata di Gesù (vestito con gli abiti del suo tempo) avviene nella quotidianità della nostra vita (Matteo e gli altri sono vestiti con gli abiti dei tempi di Caravaggio e stanno facendo quello che quotidianamente li occupava). La sua Grazia ci raggiunge(come la luce che arriva dalle spalle di Gesù e non dall’unica finestra della bettola) e ci rende uomini nuovi, nuove creature (la mano di Gesù è speculare a quella di Adamo nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina). Noi siamo liberi di rispondergli e spesso siamo troppo distratti per accorgerci del suo passaggio (come gli uomini al tavolo: qualcuno si stupisce, qualcuno guarda verso di lui, qualcuno nemmeno si accorge di quello che sta capitando, troppo intento a guardare i soldi sul tavolo). Pietro non era presente nella prima stesura del dipinto è stato aggiunto per ricordarci che è nella Chiesa e attraverso la Chiesa, con la sua grandezza e i suoi limiti, che noi arriviamo a conoscere Gesù e che la sua grazia ci raggiunge».
« Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere. »
L'idea che si morirà è più crudele del
morire, ma meno dell'idea che un altro sia morto. Marcel Proust
Ciao Maggie,
una
settimana fa è morto un mio caro amico. Dico caro, anche se non lo vedevo ormai
da mesi, perché ho condiviso con lui un pezzo importante della mia vita e, da
quando si era ammalato, lo ricordavo spesso, insieme alla sua famiglia. Era una persona davvero speciale.
Capirai col tempo che affrontare
il tema della morte è assai difficile. Anzitutto la morte “in astratto”, come concetto; poi
la morte come destino di ogni persona - anche la nostra quindi - e soprattutto la morte
delle persone che ci sono care. Ognuno di questi tre aspetti richiederebbe
pagine e pagine di riflessione.
Vorrei riuscire con te a fare in
modo che non sia un concetto semplicemente rimosso o esorcizzato, rimandato o
nascosto. Molte dalle pagine più belle e delle riflessioni più profonde dell’uomo
sono nate a partire da questa ineluttabile realtà. D‘altro canto è proprio dell’Uomo
chiedersi il perché della vita e di conseguenza il perché essa abbia una fine
(o un Fine). Ti ripropongo quello che ho
scritto alla moglie di Andrea, parole che mi sono costate fatica e che sono
solo un tentativo di starle vicino in un momento così difficile.
Ciao …,
come
sai non sono mai stato un tipo di molte parole. In queste circostanze, poi, le
parole escono con ancora maggiore difficoltà dal cuore e dalla mente.Quando esercitavo il ministero mi è capitato
spesso di dover trovare il modo di confortare persone che avevano vissuto
situazioni di lutto o comunque di difficoltà. Non c’è un manualetto per trovare
le parole giuste, né un corso di teologia apposito.
Sinceramente
ne ho anche sentite di tutti i colori: “È la volontà di Dio”, “Se hai fede non
essere triste”, “Il tempo fa passare tutto” e altre frasi fatte o “di
circostanza” che non me la sono mai sentito di fare mie.Alle volte mi sembrava facessero più male che
bene a chi le ascoltava. Preferivo spesso il silenzio, un caloroso abbraccio,
la vicinanza “affettiva”…
In
realtà, penso che, anche per un credente, la morte rimanga un mistero
insondabile e per certi versi incomprensibile. La morte in generale, quella che
aspetta ciascuno di noi e ancora di più quella che colpisce chi ci è vicino, un
marito, un padre …Mi ha colpito molto
quello che mi hai detto: “io avevo bisogno di lui”. Nel nostro passaggio sulla
terra abbiamo sempre bisogno di legami, di Amore, siamo fatti perquesto. Il nostro unico Assoluto deve essere
Dio, tant’è vero che Gesù ci ammonisce: “Chi ama il padre o la madre più di me
non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” e
lo fa in qualche modo anche per “tutelarci”, perché nessuno di noi può essere
figlio, marito, padre, madre per sempre e prima o poi quaggiù questi legami si
spezzano. Però non c’è altro modo di capire Dio se non quello di essere figli,
mariti, mogli, padri, madri, perché, come dice la Parola di Dio, Lui è Padre (e
madre), Figlio, insomma Amore appunto. Come dice San Paolo, l’immagine più chiara
che possiamo farci di Dio è quella dell’amore sponsale tra uomo e donna.
Allora,
e concludo, quando un “fondamento” della nostra vita crolla, la Comunità
cristiana o, per dirla in modo più semplice, gli amici ci sono proprio per
“sostenere”, per stare accanto, accompagnare e in qualche modo colmare il vuoto
che si crea dove viene a mancare una persona cara. So per esperienza - non
personale, ma di persone che ho conosciuto e seguito - che il tempo non lenisce
anzi, a volte acuisce la mancanza di chi è stato importante per noi e quando la
sera ci si ritrova soli…può diventare molto dura. Ma, conoscendo molte persone
che ti sono vicine, so anche che cercheranno in tutti i modi di farti sentire
la loro presenza e vicinanza. Io ti assicuro che, come facevo ogni mattina e
ogni sera per Andrea, continuerò a ricordarmi nella preghiera di te, di Davide
e di Luca.